Nessun principe nella storia d'Italia ha mai condensato nella propria parabola biografica un contrasto tanto vertiginoso tra l'apice insuperabile dello splendore artistico e l'abisso più cupo della catastrofe geopolitica quanto Ludovico Maria Sforza, passato alla storia con il soprannome di Moro. Signore incontrastato della più ricca e popolosa metropoli della penisola, architetto di feste favolose e patrono supremo di geni immortali come Leonardo da Vinci e Donato Bramante, Ludovico credette di poter manovrare a proprio piacimento i destini d'Europa attraverso la sottigliezza di una diplomazia cinica e calcolatrice, finendo per spalancare le porte all'invasione straniera che avrebbe divorato la libertà d'Italia e condotto la sua stessa persona a morire dimenticata nelle segrete umide di una fortezza francese.
Questo tredicesimo volume della collana racconta l'epopea sfolgorante e tragica dell'ultimo grande sovrano sforzesco attraverso una narrazione storiografica continua, priva di tabelle o note a piè di pagina, perfettamente calibrata per la lettura fluida e la sintesi vocale.
Il racconto prende le mosse dalla drammatica crisi dinastica seguita all'uccisione del duca Galeazzo Maria nella notte di Santo Stefano del millequattrocentosettantasei: l'estromissione della duchessa reggente Bona di Savoia, la crudele decapitazione nel rivellino di Pavia dell'anziano segretario Cicco Simonetta e l'assunzione della tutela assoluta sul legittimo erede fanciullo Gian Galeazzo Maria Sforza. Da quel momento Ludovico trasformò il Ducato di Milano nella corte più ammirata del mondo cristiano: la rifondazione monumentale della piazza di Vigevano, l'azienda agricola modello della Sforzesca e il celebre matrimonio dinastico del millequattrocentonovantuno con la fiera e giovanissima principessa Beatrice d'Este, mentre il duca legittimo veniva lentamente relegato a una dorata e impotente prigionia.
Pagine di straordinaria densità culturale celebrano l'età d'oro del mecenatismo milanese: l'arrivo a corte di Leonardo da Vinci con la sua celebre lettera d'autopresentazione come ingegnere bellico, il titanico progetto per il colosso equestre in memoria di Francesco Sforza, l'intrico vegetale della Sala delle Asse nel Castello di Porta Giovia e il capolavoro universale dell'Ultima Cena dipinto nel refettorio di Santa Maria delle Grazie accanto alle rivoluzionarie architetture prospettiche di Donato Bramante a San Satiro.
Il fulcro drammatico dell'opera viviseziona la fatale svolta del millequattrocentonovantaquattro: l'accerchiamento diplomatico ordito dalla corte aragonese di Napoli e la scellerata decisione del Moro di spingere re Carlo Ottavo di Francia a calare in Italia con le proprie artiglierie pesanti, aprendo la strada alla tragedia secolare delle guerre d'Italia. Segue l'improvvisa e sospetta morte per veleno del nipote Gian Galeazzo nel castello di Pavia e la solenne investitura imperiale concessagli a caro prezzo da Massimiliano d'Asburgo, prima che il terrore della conquista spingesse Ludovico a tradire il re francese nella sanguinosa e inconcludente battaglia di Fornovo sul Taro.
La narrazione si chiude sull'agonia finale del potere: la morte prematura di parto dell'amata Beatrice nel millequattrocentonovantasette che spezzò per sempre l'animo del principe, la fulminea invasione delle armate francesi di Luigi Dodicesimo rivendicante l'eredità viscontea, la fallita riscossa invernale e il vile tradimento dei mercenari svizzeri a Novara nel millecinquecento, dove il duca venne catturato mascherato da semplice fante. Dagli otto lunghi anni di segregazione solitaria nelle segrete sotterranee del castello di Loches, con i graffiti d'amarezza incisi sulla pietra della cella, fino alla morte solitaria del ventisette maggio millecinquecentotto, questo saggio monumentale restituisce l'autentica voce dell'uomo che seppe toccare il vertice della bellezza terrena mentre trascinava la propria terra verso il baratro della rovina storica.