Sulla sommità scoscesa del colle di Perugia, circondata dal verde austero delle valli umbre e dal profilo severo del grifo araldico, la famiglia Baglioni seppe instaurare nel corso del quindicesimo secolo una delle più feroci, affascinanti e tragiche signorie armate dell'intero Rinascimento italiano. Celebrati dai cronisti coevi come una stirpe di giganti biondi dotati di una bellezza scultorea e di un coraggio marziale sprezzante della morte, i signori di Colle Landone dominarono la città senza mai assumere titoli principeschi formali, fondando la propria autorità unicamente sulla venerazione delle armi mercenarie, sul terrore imposto ai nemici e su un patto di lealtà viscerale con il popolo minuto, prima di consumare se stessi nella più spietata congiura fraterna che la memoria storica della penisola ricordi.
Questo diciottesimo volume della collana conduce l'ascoltatore nel cuore pulsante dell'Umbria rinascimentale, attraverso un flusso narrativo ininterrotto, privo di tabelle o note a piè di pagina, perfettamente calibrato per la lettura fluida e la sintesi vocale.
L'opera ricostruisce anzitutto le origini medievali del casato, radicato nelle fortezze dell'Appennino e cresciuto alla scuola d'armi del celebre condottiero Braccio da Montone, fino all'instaurazione della diarchia fraterna guidata da Braccio e Guido Baglioni. Pagine di vibrante tensione bellica descrivono la guerra civile senza quartiere combattuta lungo i vicoli del colle contro la rivale casata degli Oddi: le battaglie notturne combattute tra le barricate di corso Vannucci, la caccia all'uomo nelle campagne del Trasimeno e la definitiva espulsione degli avversari che consegnò ai Baglioni il controllo assoluto del territorio. Il testo si sofferma quindi sulla generazione d'oro dei giovani capitani della famiglia: la figura leggendaria di Astorre Baglioni, capace di sgominare da solo interi squadroni di cavalleria, l'impeto indomito di Simonetto e l'astuzia politica di Giampaolo, cantati con ammirazione sgomenta nella celebre cronaca di Francesco Matarazzo.
Il culmine drammatico della narrazione è la minuziosa vivisezione delle Nozze Rosse del quattordici luglio del millecinquecento: il sontuoso matrimonio tra Astorre e la nobildonna romana Lavinia Colonna trasformato in un mattatoio dinastico ad opera di un gruppo di congiurati guidati da Carlo Barciglia e dal giovanissimo Grifonetto Baglioni. La ricostruzione della strage notturna nel sonno dei signori, l'assassinio brutale di Guido e Astorre, la miracolosa fuga di Giampaolo sui tetti della città e la fulminea riscossa armata che culminò nella morte del bellissimo e pentito Grifonetto, spirato sulla piazza della cattedrale tra le braccia della madre Atalanta mentre il sangue dei principi veniva lavato dalle navate con barili di vino bianco.
Il volume svela il capolavoro artistico scaturito da quel lutto supremo: la commissione affidata dalla sconvolta Atalanta al giovane Raffaello Sanzio per dipingere la grandiosa Pala del Trasporto di Cristo per la chiesa di San Francesco al Prato, dove il volto del discepolo che sostiene il corpo del Redentore immortalò per sempre le fattezze di Grifonetto, segnando la nascita del classicismo tragico dell'arte occidentale prima del clamoroso furto notturno perpetrato un secolo più tardi dalla corte papale dei Borghese.
La narrazione si chiude sull'epilogo inflessibile imposto dalla Santa Sede: l'inganno di Castel Sant'Angelo e la decapitazione di Giampaolo per ordine di papa Leone Decimo nel millecinquecentoventi, e l'estrema Guerra del Sale del millecinquecentoquaranta repressa da papa Paolo Terzo Farnese. È l'atto finale con cui l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane cancellò la memoria materiale della casata, sventrando ventisei palazzi signorili per seppellirli per sempre nelle fondamenta sotterranee della colossale Rocca Paolina, restituendo la testimonianza eterna di una terra dove l'orgoglio delle spade e il genio dell'arte toccarono il vertice sublime e maledetto della passione rinascimentale.