Prima che i colossi delle monarchie europee scendessero a contendersi la penisola e prima che il fragile equilibrio tra gli Stati regionali prendesse forma, la signoria viscontea di Milano fu l'unica dinastia italiana che sfiorò la reale unificazione politica dell'intera nazione sotto un solo scettro sovrano. All'insegna del titanico Biscione azzurro che ingoia il fanciullo, i signori lombardi costruirono una delle più formidabili e spietate macchine di potere del tardo Medioevo, trasformando l'antico comune ambrosiano nella capitale di un impero burocratico, militare ed economico esteso dalle Alpi all'Adriatico e dal Piemonte fino alle porte di Firenze.
Questo undicesimo volume della collana apre la grande sezione dedicata ai ducati di Lombardia, guidando il lettore in una vivisezione storica, politica e monumentale della casata dei Visconti attraverso un flusso narrativo ininterrotto, privo di tabelle o note a piè di pagina, perfettamente calibrato per la lettura fluida e la sintesi vocale.
La narrazione prende le mosse dal drammatico scontro delle origini: la vittoriosa battaglia notturna di Desio del milleduecentosettantasette in cui l'anziano arcivescovo Ottone Visconti sbaragliò i rivali Della Torre rinchiudendoli nelle gabbie di ferro del castello di Baradello, fondando l'egemonia della famiglia. Il racconto segue la prima espansione padana con Matteo Magno, Luchino e l'arcivescovo Giovanni Visconti, protettore di Francesco Petrarca, fino alla tetra stagione del terrore di Bernabò, l'autocrate crudele che puniva con la forca i contadini rei di non nutrire a dovere i suoi cinquemila cani da caccia al cinghiale.
Il perno monumentale del libro è la biografia fredda e geniale del nipote Gian Galeazzo Visconti, il conte di Virtù. Con un colpo di mano silenzioso alla pusterla di Sant'Ambrogio nel milletrecentottantacinque, Gian Galeazzo fece arrestare lo zio Bernabò per avvelenarlo nella rocca di Trezzo, unificando nelle proprie mani le corti di Milano e di Pavia. Da quel momento il duca diede vita al primo Stato moderno d'Occidente: una burocrazia centralizzata con cancellerie specializzate, una tesoreria capace di accumulare gettiti superiori a quelli della corona di Francia e un'industria metallurgica che sfornava in serie le celebri armature a piastre bianche temprate nell'acciaio.
Pagine di straordinaria ecfrasi architettonica conducono il lettore all'interno dei due massimi cantieri della casata: la grandiosa fondazione del Duomo di Milano nel milletrecentottantasei, edificato con il marmo bianco e rosa delle cave di Candoglia trasportato per via d'acqua lungo i navigli, e la splendida Certosa di Pavia, voluta come pantheon dinastico alle porte del monumentale parco ducale. Viene analizzata la storica elevazione dell'undici maggio milletrecentonovantacinque, quando versando centomila fiorini d'oro all'imperatore Venceslao, Gian Galeazzo venne proclamato primo duca ereditario di Milano, inquartando la vipera con l'aquila nera cesarea.
Il volume raggiunge l'apice drammatico nella grande manovra a tenaglia con cui il duca assediò la Toscana: la conquista di Pisa, Siena, Perugia e la disfatta fiorentina a Casalecchio nel millequattrocentodue, mentre a corte si tesseva già il manto per l'incoronazione a Re d'Italia. Ma la peste bubbonica fermò la storia: il tre settembre dello stesso anno il principe morì improvvisamente nel castello di Melegnano, salvando Firenze all'ultimo respiro e aprendo una stagione di frammentazione tra i condottieri mercenari.
Dall'anarchia feroce di Giovanni Maria fino alla solitudine paranoica dell'ultimo duca Filippo Maria Visconti, recluso nel castello di Porta Giovia a tramare dietro le cortine di velluto prima della proclamazione della Repubblica Ambrosiana, questo saggio monumentale restituisce l'autentica voce della più vasta signoria della pianura padana, dove l'ambizione del comando assoluto seppe farsi eterno marmo gotico e sublime misura di governo.