Questo ventiduesimo volume della collana racconta l'epica parabola del primo duca roveresco attraverso un discorso storico continuo, privo di tabelle o note a piè di pagina, perfettamente calibrato per la lettura fluida e la sintesi vocale.
Il racconto prende le mosse dagli esordi marziali al servizio dello zio pontefice durante le tempeste della Lega di Cambrai, con la rapida riconquista delle piazzeforti di Romagna e l'annessione della signoria marittima di Pesaro, preludio al momento più fosco e scandaloso della sua biografia giovanile: l'assassinio cruento del cardinale legato Francesco Alidosi, trucidato a colpi di pugnale nel mezzo di una via pubblica di Ravenna nel maggio del millecinquecentoundici per punirne il tradimento nella caduta di Bologna, seguito da una controversa assoluzione papale concessa dall'angosciato Giulio Secondo.
Il fulcro drammatico della narrazione risiede nella titanica lotta di sopravvivenza scatenatasi alla morte dello zio, quando papa Leone Decimo de' Medici scagliò la scomunica contro Francesco Maria, spogliandolo del ducato per infeudarvi il nipote Lorenzo de' Medici. Pagine di vibrante tensione storiografica ricostruiscono l'amaro esilio mantovano e l'eroica campagna di riconquista del millecinquecentosiciassette: la calata fulminea di cinquemila veterani spagnoli sull'Appennino, la ferita d'archibugio inferta a Lorenzo sotto le mura di Mondolfo e la disperata resistenza della rocca di San Leo, prima che il dissesto finanziario imponesse un temporaneo ripiegamento in attesa della morte del papa mediceo nel millecinquecentoventuno, quando il duca rientrò trionfalmente a Urbino acclamato dal proprio popolo.
Il volume svela quindi la maturità dello statista e del teorico militare: l'assunzione del prestigioso incarico di Capitano Generale dell'Esercito Veneto della Repubblica di San Marco, la teorizzazione della guerra di logoramento e il ruolo enigmatico e tormentato giocato durante la calata dei Lanzichenecchi nel millecinquecentoventisette, culminata nel tragico Sacco di Roma. Al contempo, il testo celebra la straordinaria stagione artistica inaugurata dal sodalizio con Tiziano Vecellio: il celebre ritratto in armatura brunita conservato agli Uffizi, dove i tre bastoni di comando proclamano la gloria marziale del sovrano, affiancato dal ritratto della duchessa Eleonora Gonzaga e dall'acquisto della celeberrima Venere di Urbino.
La narrazione si chiude sull'ombra del veleno: la morte improvvisa avvenuta nel palazzo ducale di Pesaro nell'ottobre del millecinquecentotrentotto tra atroci dolori addominali, attribuita a una congiura ordita dai rivali mediante sostanze tossiche introdotte nel cavo auricolare, seguita dalle solenni esequie nella chiesa di Santa Chiara a Urbino dove il duca venne sepolto nella propria corazza da combattimento. Un saggio monumentale di straordinaria potenza evocativa, che racconta la fedeltà delle armi, l'orgoglio del comando e l'inflessibile determinazione con cui i Della Rovere seppero perpetuare il mito di Urbino fino all'autunno del Rinascimento.